- da "City of Glass"
in "The New York Trilogy" (1985)
di Paul Auster


"Senza un motivo cosciente, Quinn aprì una pagina bianca del taccuino e tracciò una piccola mappa della zona in cui Stillman effettuava i suoi andirivieni.
Poi, rileggendo attentamente le annotazioni, cominciò a tracciare con la penna gli spostamenti compiuti da Stillman nel corso di un solo giorno: il primo giorno in cui aveva tenuto un registro completo dei movimenti del vecchio. Il risultato fu il seguente:
Quinn fu colpito da come Stillman aveva sempre rasentato i confini del territorio senza avventurarsi verso il centro. Il grafico assomigliava vagamente alla carta di qualche immaginario stato del Midwest. A parte gli undici isolati di Broadway risaliti alla partenza e la serie di spire e ghirighori che rappresentavano i viavai di Stillman a Riverside Park, il disegno ricordava un rettangolo. D’altronde, data la struttura a quadranti delle vie di New York, avrebbe potuto essere anche uno zero o la lettera "O".
Quinn passò al giorno seguente e decise di vedere cosa ne veniva fuori. I risultati furono completamente diversi.
Questo disegno gli fece pensare a un uccello, forse un uccello da preda, con le ali spiegate, sospeso in volo. Un momento dopo, questa interpretazione gli sembrò fantastica. L’uccello svanì, e al suo posto non restarono che due forme astrette collegate dal minuscolo ponticello gettato da Stillman nell’atto di attraversare l’Ottantatreesima strada verso ovest. Quinn si interruppe un attimo a riflettere su quello che stava facendo. Scarabocchiava linee senza senso? Stava sprecando scioccamente la serata, o era alla ricerca di qualcosa? Comprese che entrambe le risposte erano inaccettabili. Se intendeva solo ammazzare il tempo, perché aveva scelto un modo così faticoso? Era così disorientato da non avere più il coraggio di pensare? Del resto, se non era soltanto per distrarsi, quali intenzioni lo animavano? Pensò che stava aspettando un segno. Setacciava il caos dei movimenti di Stillman a caccia di un barlume di coerenza. Questo implicava una cosa soltanto: il suo rifiuto a credere all’arbitrarietà delle azioni di Stillman. Esigeva che avessero un senso, per oscuro che fosse. Il che appariva di per sé inaccettabile. Significava che Quinn si permetteva di negare i fatti e questa, come lui ben sapeva, è la peggior cosa che un detective possa fare. Tuttavia, decise di proseguire. Non era tardi, neppure le undici, e quell’occupazione non poteva fargli male. Il grafico delle terza mappa non aveva nessuna somiglianza con gli altri due.
All’apparenza non c’era più alcun dubbio su quello che stava succedendo. Tralasciando gli sgorbi del percorso nel parco, Quinn era sicuro di trovarsi davanti alla lettera "E".
Ammettendo che il primo grafico avesse rappresentato in effetti la lettera "O", era legittimo dedurre che le ali d’uccello del secondo formassero la lettera "W". Naturalmente le lettere O-W-E insieme formavano la parola owe, cioè il verbo "dovere", ma Quinn non era intenzionato a trarre nessuna conclusione. (...) Il grafico del giorno seguente accennava a una forma somigliante alla lettera "R".(...)
Il giorno dopo gli fornì una "O" sbilenca, una ciambella schiacciata da un lato, con tre o quattro linee frastagliate che si proiettavano sull’altro. Poi fu la volta di una nitida "F", affiancata dai consueti ghirigori rococò. Seguì una "B" che assomigliava a due casse in bilico l’una sopra l’altra, con trucioli da imballaggio straripanti dai bordi. Quindi una "A" barcollante che ricordava una scala a pioli coi gradini che salivano a destra e a sinistra. E per concludere c’era una seconda "B": precariamente inclinata su un unico punto di equilibrio, come una piramide capovolta.
Quinn copiò le lettere in ordine: OWEROFBAB. Dopo averci giocato per un quarto d’ora, ricombinandole, separandole, riformando la sequenza, tornò all’ordine originario e le scrisse per esteso in questo modo: OWER OF BAB. La soluzione sembrava così bizzarra che per poco non gli saltarono i nervi. Con tutte le dovute cautele, visto che aveva perso i primi quattro giorni e che Stillman non aveva ancora terminato, la risposta appariva ineluttabile: THE TOWER OF BABEL, la Torre di Babele.
Per un momento la mente di Quinn corse alle pagine finali del Gordon Pym di Poe, con la scoperta degli strani geroglifici sulla parete interna dell’abisso: lettere incise nella terra stessa, come nel tentativo di proferire qualcosa di non più comprensibile. Ma ripensandoci l’esempio non gli sembrava appropriato. Perché Stillman non aveva lasciato messaggi in nessun luogo. Vero, aveva creato le lettere con il moto dei suoi passi, ma non erano state effettivamente scritte.Era come disegnare nell’aria con un dito. L’immagine svanisce nell’atto di comporla. Non c’è alcun risultato, alcuna traccia a indicare quello che hai fatto".

(Paul Auster, "Città di vetro", in "Trilogia di New York", Einaudi, Torino, 1996, pp. 71-77)