BLADE RUNNER
di Ridley Scott (1982)

Roy Batty è destinato in modo classista e razzista ad essere imprigionato dal sistema che lo ha creato, ma la sua ribellione lo rende redentore di se stesso (non a caso l´iconografia che lo ritrae con la colomba-spirito santo è un´immagine cristologica). La sua liberazione è definitiva e non ne vediamo la conclusione, perché è difficile mostrare un ambiente davvero liberato: lo stesso cacciatore di replicanti, coinvolto negli svariati epiloghi, non trova reali sbocchi. In quello classico (del 1982) si esce dall'atmosfera plumbea di L.A. per entrare in un ambiente luminoso, che però non offre certezze sulla sua realtà e sul grado di affrancamento dalla sofisticazione; in altre versioni si accentua il dubbio di sfuggire al labirinto, insinuando anche che Deckard sia un replicante.
Apparentemente potrebbe sembrare che il cacciatore di replicanti sia quello che trova la chiave per sfuggire alla prigione, tuttavia è solo una fuga verso un labirinto ancora più sofisticato e difficile da riconoscere come tale a causa della giustapposizione di un´immagine ingannevole di solare e seducente libertà, che nasconde una dolce e inconsapevole prigionia. Si trova dunque catapultato in un labirinto ancora più difficile da individuare nella sua struttura popolata di simulacri, svuotati di ogni sostanza, che non può che condurre al mondo virtuale del gioco di Nirvana, da cui si sfugge solamente con un auto-delete.
Quindi: tanto con Roy si finisce con il conoscere il proprio stato, immaginando i limiti dei meandri in cui si è perso l´orientamento, quanto con Deckard, al contrario di quanto appare, ci si perde in sempre nuove illusioni di liberazione, che nascondono nuovi labirinti; ma chi dice che sia meglio ritrovarsi con criteri salvifici, piuttosto che continuare a perdersi?