Il movimento ciclico costante ed eterno del labirinto temporale, attorno a cui ruotano La Jetée ed il suo epigono Twelve Monkies (Il Mistero delle dodici Scimmie), intrappola la narrazione, avvolgendola attorno al proprio centro come un bozzolo, presumibilmente mai tessuto completamente, benché rimanga il dubbio che ci possa essere una smagliatura la quale una volta potrà insinuarsi ed impedire la nuova ripetizione del ciclo. Ma per noi spettatori questa eventualità è costretta a non realizzarsi mai: metafora malata della vita che finge di rinnovarsi, mentre in realtà si ripete (come in Nirvana il giochino di cui è protagonista Abatantuono), ripresentandosi sempre uguale a se stessa, per perpetuare un gesto salvifico che fa da baluardo alla fine della storia, ugualmente cristologico nella fatalità destinale, eppure (al contrario dell´atteggiamento teleologico ebraico-cristiano) incentrato su un centro vuoto a cui non si accede mai, pena la fine del riaggancio dell´eterno ritorno all´inizio della narrazione salvifica, finendo con costringere il racconto a ruotare attorno senza mai poter accedere finalmente al centro del labirinto. Trova così il suo referente spaziale in quella anomala forma di labirinto rappresentato da Barthes nel vuoto centro di Tokyo. Insomma l´epifania dell´illuminazione sul percorso da seguire proviene da eventi fortuiti per cui il destino trova la propria strada, mentre il labirinto si maschera in qualcosa di nuovo: il vuoto.