STALKER di Andrej Tarkovskij

Stalker, etimologicamente, dovrebbe essere colui che ripercorre delle tracce, ma qui è soprattutto il «venditore di sogni», il traghettatore dell´inconscio che accompagna, impaurito, i visitatori della vita, nel paesaggio mutevole dell´anima. Ma l´al di là non è troppo differente dalla nostra realtà: come ben sa il «veggente interiore» Borges, il vero orrore consiste nella ripetizione, nell´identico, e il più terribile labirinto è proprio quello della chiarezza, del senza-barriere; l´infinito che non ha limiti nè pareti.
Ritrovare se stessi, «di là», è l´esperienza più tragica, uno specchio che non possiede più le menzogne lenitive dell´immaginario. Fare dello schermo uno specchio, raccontare la morte delle immagini; così, confusamente, ci è apparsa questa Divina Commedia, questo viaggio morale dentro un mondo senza profondità, tutto frantumato sulla superficie melmosa di una palude che porta a galla le ossessioni di un intellettuale come se si trattasse di indegno pattume.
(Marco Vallora, in "La Gazzetta del Popolo", Torino, 14-06-1980)