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SHOEI IMAMURA, Coscienza Critica del Giappone |
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o n t i n u a . . . |
Ricollegandosi all´esergo di questo
capitolo i ritratti femminili più rappresentativi della
poetica di Imamura, abbozzati rapidamente nella panoramica fatta,
sembrano assegnare maggiore spessore alla sua presa di distanza
rispetto alla concezione femminile presentata dalle opere di Mizoguchi,
dove le donne, soggette alle imposizioni sociali, sono considerate
soltanto per le loro funzioni riproduttive o per le loro prestazioni
sessuali; pertanto, oppresse e sfruttate dagli uomini, vengono
contemplate attraverso una forma di partecipazione umana al loro
triste destino (ad esempio i film Shikamo karera wa iku,
Eppure continuiamo a vivere, 1931; Akasen chitai, La strada
della vergogna, 1956).
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![]() La Ballata di Narayama, 1983
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![]() La Ballata di Narayama, 1983
Il film, tratto dal romanzo omonimo
di Fukuzawa Shichiro, scritto nel 1956, era già stato realizzato
nel 1958 da Kinoshita, il quale aveva impiegato tecniche pittoriche
stilizzate, per creare un´opera di grande poesia e fascino visivo,
girata interamente in un teatro di posa. Imamura al contrario
effettua le riprese all´esterno ed il suo realismo diventa convincente
grazie al rigore formale reso attraverso una notevole capacità
di organizzare lo spazio e scandire i tempi della narrazione.
La sua versione sembra riecheggiare la tradizione di un dramma
kabuki, dove la preziosità della vita è spesso interpretata
tramite il tema della morte. | La Leggenda di Narayama, raccontata dal regista in modo realistico, riesce a scandire le pudiche ritrosie, annullando con crudezza la distanza dei fatti mitici narrati. Il problema dei vecchi, improduttivi e ingombranti a causa dell´età e pertanto lasciati a morire o spinti a farlo, non attanaglia solo la società giapponese, è un tema comune a tutti i paesi del mondo; questo terribile fatto sociale appare giustificabile solo facendo ricorso ad un´antica necessità di sopravvivenza, radicata nell´animo umano. |
| La visione personale del regista sull´uomo e sulla società può essere accostata per certi versi a quella espressa da Kurosawa in uno dei suoi capolavori, Ran, dove l´amara solitudine della vecchiaia stava a raffigurare anche le inquietudini dell´individuo, posto di fronte alla solenne interrogazione sul significato della morte, una volta constata l´ingratitudine figliale. Imamura, che conosce la ferocia contro i vecchi messa in atto dalla civiltà metropolitana, ha cercato un contraltare nel mondo contadino come prova o denuncia di un´abitudine storica, quasi naturale. Gli abitanti del villaggio si occupano solo dei loro bisogni primari, soprattutto del cibo non sufficiente a sfamare tutte le bocche: perciò l´autodifesa del gruppo si esprime attraverso la punizione rituale dei ladri e l´autocondanna a morte dei vecchi ultrasettantenni. | ![]() La Ballata di Narayama, 1983 |