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Lo stile ed i contenuti espressi
nelle opere di Imamura furono molto apprezzati in Giappone negli
anni sessanta e sentiti radicali e provocatori anche all´estero.
In contrasto con la generazione di registi precedenti la sua poetica
appariva sconnessa, autoreferenziale, irrispettosa delle condizioni
narrative di montaggio, tutte qualità amate dalla nouvelle
vague francese.
L´estetica giapponese delicata e
raffinata si addiceva alla qualità domestica dei film di
Ozu, definito l´autore del privato e del familiare, perché
le sue inquadrature fisse e scandite da lunghi ritmi vennero lette
come metafora di una meditazione giocata sulle pause, sui minimi
gesti, sugli interni soffusi di luci o di ombre, dove l´intrecciarsi
di soliti rapporti psicologici stava a simboleggiare lo scorrere
della vita all´interno delle pareti domestiche.
Per certi aspetti anche Imamura,
come il suo maestro, fa scarso uso di sceneggiature lineari: preferisce
costruire una successione cronachistica di sequenze vagamente
sconnesse, dove interagiscono personaggi, che, pur essendo concretamente
se stessi, sono privi di alcuna autoconsapevolezza e non si lasciano
prendere da momenti di dubbio o di alienazione.
Dal punto di vista tecnico la scena
di Imamura appare invece più dinamica e vitale, perché
stipata di oggetti e composta in modo da non lasciare spazi liberi
ai personaggi, accentuando così un senso di claustrofobia,
interrotto talvolta da qualche buco-finestra, uniche fessure voyeuristiche
all´interno di questo universo concentrazionario, che permettono
allo spettatore di coglierne la vitalità prorompente. In
altri casi l´espressività ricercata attraverso la profondità
di campo (ottenuta disponendo zone illuminate, grazie ad una ripartizione
piana di ciò che sta svolgendosi sullo sfondo, mettendo
in rilievo le linee di forza che strutturano lo spazio) finisce
per tagliare fuori intenzionalemente i corpi degli attori, che
sembrano esistere concretamente solo invadendo il mondo esterno
all´inquadratura.
I tagli rapidi, i movimenti di camera,
che seguono con riprese ravvicinate l´azione dinamica degli attori,
l´improvviso cambiamento del punto di vista della macchina possono
ricordare anche la tecnica usata da Kurosawa, dal qual però
si differenzia per la tendenza ad effettuare riprese dall´alto
e per l´uso originale della profondità di campo.
Le immagini forti ed espressive di
Imamura, contrastando con il classicismo di Ozu, con il realismo
umano di Mizoguchi, con la ricercatezza stilistica mostrata da
Kurosawa, testimonia l´evoluzione estetica compiuta dal regista;
oltre ad essere specchio del cambiamento socio-culturale intrapreso
dal Giappone, esse finiscono per catturare in maniera grottesca
e deformante la vitalità originaria e l´esuberante energia
di un popolo, da sempre alla ricerca di un´identità, come
confine da spingere lontano per non sclerotizzare mai la propria
immagine.
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