Rivolta
Nella unta e lurida rimessa gli autobus giacevano fermi ormai da parecchi giorni. Si erano bloccati tutti insieme, quasi si fossero passati la voce, una fredda mattina d'inverno. Il giorno prima era stato mandato alla demolizione un vecchio mezzo, probabilmente il più vetusto della città, e gli altri autobus avevano reagito proclamando lo sciopero: già, proprio uno sciopero. Nessuno di loro aveva voluto saperne di avviarsi: invano erano stati contattati i migliori meccanici, gli ingegneri più in vista, gli studiosi più insigni nel campo della meccanica. Restavano fermi, impassibili, allineati nei garages, con i loro grandi occhioni e le loro lucenti calandre che sembravano perdersi nel vuoto. Già sulle predelle si posava qualche intraprendente ragnatela, una ruga di ruggine già solcava le panciute fiancate, qualche cicatrice lasciata da un paraurti malaccorto luccicava contro il freddo neon.
Il meccanico più anziano e prossimo alla pensione passava le sue ormai vuote giornate nella rimessa, bighellonando tra i pesanti mezzi, alla ricerca di un segnale che potesse smuovere quella singolare situazione. Una sera ( lo sciopero durava da circa un mese, e il traffico in città era praticamente al collasso) durante il suo consueto perdersi tra gli autobus, la sua attenzione viene attirata da un mezzo che sembra stare un pò in disparte rispetto ai suoi compagni di parcheggio. Come "in disparte" se tutti gli automezzi sono sistemati ordinatamente uno vicino all'altro, e se nessuno si è più spostato? Ma sì, c'è una espressione nuova, in quella calandra cromata, in quegli occhi vitrei ormai annebbiati da un velo di polvere. Il vecchio meccanico si avvicina, gira un paio di volte attorno alla sua preda, "sente" che è quello l'anello debole della categoria. Da operaio navigato sa che in ogni sciopero prima o poi viene fuori il lavoratore che, o per stanchezza, o perchè spinto dal bisogno, o più semplicemente perchè bastian contrario, rompe il patto e torna al lavoro. E ha riconosciuto in quell'autobus il metallico crumiro.
Decide allora di farlo crollare: cerca affannosamente negli armadietti il panno più morbido, il prodotto pulente più efficace. Delicatamente, quasi seducesse una bella donna, accarezza il muso schiacciato del dissidente, fa luccicare le opache cromature, ridà la vista ai fari appannati, insidia la riottosa maniglia. Un balzo delicato, ed è sul sedile di guida. Una carezza ammiccante del morbido daino sul polveroso cruscotto, ed i pigri quadranti riprendono vigore; la dura leva del cambio sembra sciogliersi al contatto di quelle mani unte e callose, ma esperte e sicure. E quando il vecchio meccanico sente ormai sua la preda, con gesto deciso fa sobbalzare il motore: uno, due, tre tentativi. Poi un rumore ormai dimenticato si spande lentamente per l'autorimessa: il crumiro si è finalmente rivelato. Felice per la sua intuizione, il vecchio meccanico fa tacere quel motore che non vorrebbe più smettere di manifestare il suo dissenso, scende lentamente dall'autobus, richiude amorevolmente la portiera, ripassa ancora il panno sulla ormai lucente maniglia, e sgattaiola fuori dalla porta di servizio. Pensa già all'indomani, quando la sua scoperta potrà forse far terminare quella sciagurata serrata, e magari in busta paga potrà entrare qualche lira in più.
Ma la mattina dopo, recandosi nella rimessa per riscuotere il meritato successo, scorge da lontano una insolita animazione, operai, meccanici, un carro attrezzi che si avvicina inesorabile. Quasi percorso da un brivido premonitore, accellera il passo, si precipita nel garage, il cuore perde uno, due colpi, finchè l'occhio non si imbatte in uno spettacolo tremendo: attorniato dagli operai e dagli autisti, il crumiro giace su un fianco, in una posa quasi sconcia. Lo sguardo assente, vuoto; frantumati i vitrei occhi, contorta la lucida calandra. In mille pezzi i vetri, squarciate le gomme, che pendono misere dai cerchioni, come visceri strappati con violenza dalla loro sede. Quello che resta del motore è sparpagliato tutto intorno in un lago di olio, che qua e là comincia orrendamente a rapprendersi. Osceni buchi e strappi violentano la carrozzeria; il morbido panno con cui il vecchio meccanico ha sedotto il dissidente è stato usato, a mò di macabro sudario, per ricoprire il volante, divelto dal suo piantone. Il carro attrezzi porta via la carcassa, come il tiro di cavalli trascina il toro sconfitto matato dal torero. Attonito, il vecchio si accoccola nell'angolo più buio del garage, le nodose e nere mani serrano con violenza le tempie, fino a farle scoppiare. Si sente responsabile di quell'orrendo scempio, si maledice per aver tentato di rompere il tacito patto che da sempre lega i lavoratori in sciopero. Eppure, da vecchio operaio, doveva ben saperlo che il crumiro viene sempre rifiutato dai suoi compagni. Ma tanto scempio, tanta violenza, non l'aveva mai vista; così viene sera, e nel garage non c'è più nessuno.
Dopo ore di immobilità, si alza, un pò incerto sulle gambe; gli occhi si abituano pian piano alla appiccicosa oscurità, si avvicina con crescente decisione alla fila silenziosa di autobus, ne esplora severo gli sguardi: "Chi è stato?"- la voce è ferma, eppure incrinata dall'emozione. "Chi è stato?"- il tono si fa deciso. "Chi è stato?"- è ormai è un urlo che si spande in quell'atmosfera che sa di olio e di catrame. Nessuno risponde, il respiro si fa affannoso, le vene del collo si inturgidiscono, le mani iniziano a tremare. Si precipita verso il deposito attrezzi, ne esce brandendo una rugginosa asta di ferro. "Nessuno, eh?"- ancora un urlo scuote il pavimento nerastro; avanza deciso verso un autobus che il suo fiuto gli suggerisce essere il mandante del massacro, e gli si piazza davanti. I suoi occhi incontrano lo sguardo di sfida del feroce mezzo, lo studiano per qualche istante, poi, senza dire una parola, l'asta metallica si abbatte sull'assassino. Volano dappertutto brandelli di vetri, sibilano come polmoni raggiunti da un proiettile le gomme forate, si contorcono spasmodicamente le cromature. Un invisibile e silenzioso brivido percorre allora la fila degli scioperanti. Non si placa la furia del vecchio meccanico, finchè le forze non lo abbandonano: allora, ansimante per lo sforzo, si accascia proprio davanti alla sua vittima: facendo leva sull'asta metallica con cui ha compiuto la sua vendetta, si solleva barcollante e fugge fuori, per respirare avidamente l'aria fresca e pungente della notte. Dopo una notte insonne, si reca sul luogo del delitto con un groppo che gli serra la gola, ma quello che vede lo fa trasalire: una stanca, triste, rassegnata fila di autobus esce dalla rimessa: lo sciopero è finito! Corre all'interno, sempre più veloce, per porre fine a quell'attesa dolorosa che lo perseguita, vuole vedere, anche se sa che questo lo sconvolgerà. La luce della mattina che filtra dagli ampi finestroni mostra il rottame dell'autobus giustiziere: il vecchio meccanico non pensava di poter provocare un simile scempio. Vetri dappertutto, ampi squarci e brandelli di vernice scrostata sparsi per il pavimento, come tessere di un mosaico appena abbozzato.
Due operai discutono e scuotono la testa: il vecchio meccanico si avvicina con una scusa, per sentire i loro discorsi. "Guarda un pò che sfacelo! E' gia il secondo che perdiamo in una settimana; e meno male che questi dannati hanno ripreso a funzionare!"- "Quando arriva il carro attrezzi?". Il cuore del vecchio meccanico sembra scoppiare: "Ma perchè, volete demolirlo?"- "Noo! Lo porto a casa e lo regalo a mio figlio! Certo che lo demoliamo, sembra quasi che ti dispiaccia!". E così ora ha la conferma tanto temuta: non solo ha provocato un delitto cercando di spaccare in due il fronte degli scioperanti, ma si è vendicato nel peggiore dei modi, ricorrendo alla vecchia legge del taglione. Disgustato da se stesso, abbandona lentamente il garage, sale sulla sua utilitaria e si dirige lentamente verso il centro.
Ma si accorge subito che qualcosa non va. La autovettura procede a singhiozzo, a strappi e sobbalzi. Riesce a raggiungere il centro, ma qui si è creato un ingorgo indescrivibile: clacson, urla, macchine bloccate, i primi cofani che si sollevano per controllare i motori ribelli. Un brivido percorre la schiena del vecchio meccanico. Con un ultimo sobbalzo anche la sua autovettura si ferma, proprio in mezzo all'ingorgo. Scende lentamente dalla utilitaria, chiude delicatamente la portiera, e con un senso di inquietudine crescente si appresta a raggiungere a piedi il centro della città. Ma ad ogni passo in mezzo a quell'ingorgo sente su di sè lo sguardo severo e indagatore di quelle macchine ribelli , ne avverte il respiro frequente ed inquieto, avverte la loro disgustata repulsione non appena un cofano o una portiera vengono sfiorate per farsi largo in quell'immenso ammasso di vetture.
Allora il vecchio meccanico, cui un brivido freddo percorre la schiena, comprende che quella è la sua punizione: la sua autovettura l'ha scaricato proprio in mezzo all'ingorgo creato ad arte: ed ora se vorrà andare in centro o tornare indietro, o andare in qualunque altro posto, dovrà attraversare a piedi la sterminata massa di vetture, passare attraverso il loro disprezzo: una versione moderna delle Forche Caudine.
Rassegnato, ma deciso, continua a camminare, districandosi tra portiere e paraurti. Ogni tanto si volta indietro, ma dovunque si rivolga, solo macchine, a perdita d'occhio.
L'aria calda del mattino trema sopra il mare di lamiere.
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